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SUL “BENE” CHE NON È L’UTILE

CARMELO VIGNA

1. Il bene è quel che tutti vogliamo (o vorremmo). Conviene forse cominciare da questa antica sentenza, che esprime una esperienza immediata e universalmente diffusa. Bene è “quel che tutti vogliamo” non nel senso che tutti vogliamo alcune cose (per esempio, la salute), e solo quelle sono buone, ma nel senso che, ogni qual volta uno di noi vuole qualcosa, la vuole perché gli pare “buona”. Diciamo “buona” una mela, “buona” una relazione d’affetto ecc. L’attributo “buono”, riferito a qualcosa, è dunque l’espressione di un rapporto tra il desiderio (che siamo) e ciò verso cui il nostro desiderio si volge (se ho fame, cerco una mela, non una pietra o un pezzo di stoffa). Solitamente “buono” è riferito all’oggetto che muove il mio desiderio; tuttavia, è evidente che “buono” non prende significato solo dalla cosa che desidero, bensì anche da quel che io sono. La “qualità buona”, in altri termini, non è mai qualcosa di “unilaterale”; è piuttosto risultato di un convenire del mio desiderio e di ciò che desidero.

2. Disperiamo a volte della possibilità di avere a che fare con il “vero” bene, specialmente se abbiamo sperimentato una certa delusione quanto all’appagamento dei nostri desideri. Questo
specialmente sperimentiamo nei rapporti umani. Un essere umano, in effetti, è particolarmente complicato e può facilmente esibire un “falso sé” o anche semplicemente mentire nella comunicazione. Ma ci inganniamo spesso anche sulla consistenza dei “beni” della vita. Li sottostiamo o li sovrastimiamo. In breve, tutti sperimentiamo, prima o poi, che ci sono beni “apparenti” e beni “reali”. Importante, naturalmente, è saper distinguere. Ma è un mestiere difficile, a cui bisognerebbe addestrarsi a lungo. Ed è anche difficile avere chi ci aiuti nell’impresa. Ma qualcuno poi si trova sempre. Basta cercarlo con un po’ di lena.

3. Per rapportarci al bene, dobbiamo in qualche modo affidarci. In ultima istanza, non a “qualcosa”, bensì a “qualcuno”. Un essere umano non può venire al mondo, senza affidarsi ad un altro essere umano. Ma neppure può vivere la quotidianità senza affidarsi ad un altro essere umano. Questa verità elementare è densa di implicazioni. Tanto per dirne una: l’idea che all’origine della vita in società vi sia un “contratto”, appare subito come radicalmente falsa. Un contratto si può anche evitare di contrarlo,mentre un essere umano non può certo evitare di stare in relazione con un altro essere umano. All’origine, in effetti, sta il gesto parentale dell’accoglienza del figlio. Ovvio, si dirà. Ma lo si dimentica spesso (più di quanto non si creda), quando si costruiscono teorie politiche complicate.

4. Si discute molto intorno alla possibilità di indicare che cosa sia quel bene su cui tutti possano convenire. Così da poterlo prendere a fine delle mire della comunità, e non solo di questo o di quel cittadino. Basterebbe forse rispondere che questo bene è, in primo luogo e in ogni caso, ogni essere umano che viene a questo mondo. Chi si sentirebbe di dire di no? Non vuole forse ognuno di noi essere oggetto di rispetto e di cura? E perché alcuni dovrebbero esserne esclusi? In realtà, nessuno ha il coraggio di avanzare argomenti in proposito, se non dopo aver tentato di dire che quell’essere umano, escluso dal novero, in realtà non è un essere umano. Spesso, prima di violare un essere umano, lo si apostrofa con nomi di animali.

5. Il resto del bene è ancora cosa umana. Il mondo-ambiente, su cui tanto si esercita il cosiddetto “pensiero verde”, non è che il mondo degli uomini. Il loro “grande corpo organico”. E come il corpo di un essere umano è nell’anima (il senso comune pensa, sbagliando, l’opposto), perché l’anima è la forma del corpo, così il mondo ambiente è interno all’umano, perché l’umano sa di questo e il mondo ambiente non ne sa nulla. Si può anche sorridere della cultura primitiva che fa dell’uomo il centro del mondo in modo spesso ingenuo. Ma la veduta che essa veicola è molto più vera e profonda di certo meccanicismo macchinale dei fisici della modernità. E anche di certo antiumanesimo contemporaneo.

6. Nei dibattiti di etica pubblica il riferimento al divino è ora mai presso che ignorato. Anzi, semplicemente ignorato. Siamo tutti laici. La difficoltà di determinare il bene viene, in ultima istanza, (anche) da questa deposizione. Certo, non si può mettere innanzi in modo immediato il tema della Trascendenza in un dibattito di etica pubblica, anche solo per il fatto che il corpo politico è costituito da cittadini dalle convinzioni più varie. E forse quelli che credono in un Dio non sono neppure la maggioranza dei cittadini. E si aggiunga che si può determinare praticamente la sfera del bene comune restando semplicemente all’umano. E tuttavia, ad essere rigorosi, le relazioni tra noi resterebbero infondate nella loro regolatività, se si restasse solo all’umano. L’umano, infatti, è degno di un rispetto senza condizioni, perché possiede una qualche infinità in sé (l’infinità intenzionale). Ma l’umano non è assolutamente assoluto. E a stretto rigore, solo un Essere assolutamente assoluto è “indisponibile” o “inviolabile” e quindi solo il riferimento partecipativo ad un Essere assolutamente assoluto, cioè all’infinità reale, rende il rispetto dell’umano una norma inoltrepassabile. L’umano è indisponibile all’umano solo per il divino che è in lui. Non lo dice più nessuno, o quasi. Ma se qualcuno lo ricorda ancora, con il rispetto dovuto a tutti, può aiutare a capire un po’ di cose.

7. La circolazione tra bene ontologico e bene etico-politico è oggi un problema risolubile solo a livello di società civile. Politica e religione non possono ignorarsi completamente. E del resto nella storia non è quasi mai accaduto. Si sa della conflittualità endemica dei “due poteri”. Ma in tempi recenti, almeno in Occidente, le cose sono andate meglio di una volta. Una integrazione tendenziale tra mondo politico e mondo religioso è sempre possibile, nel rispetto delle reciproche sfere di competenza (“Date a Cesare ecc. ecc.”). L’invasione della sfera statuale però renderebbe impossibile la convivenza di cittadini di varie fedi. E’ dunque nella società civile che la religione può abitare e può lievitare i costumi.

8. Nonostante la possibilità di indicare il bene comune nelle persone stesse che stanno in comune, la nostra relazione al bene resta segnata da una profonda fragilità. Anzitutto, proprio quanto alla relazione tra le persone. La prima ragione della fragilità del bene umano sta nella fragilità delle relazioni tra noi. Esse sono fragili, perché procedono nella forma della causalità secondo libertà. Un essere umano ha bisogno degli altri esseri umani per venire al mondo e per stare al mondo. Ne ha bisogno persino quando deve congedarsi dal mondo. Ma non possiede nessuna garanzia di corrispondenza dell’atteggiamento degli altri esseri umani ai propri bisogni di vita. L’oggetto del desiderio umano (il desiderio di un altro essere umano disponibile a desiderarci) raramente è in asse con ciò che il desiderio desidera. L’esperienza comune sa bene che ottenere dagli altri riconoscimento è la cosa più rara e più difficile. Eppure il bisogno di riconoscimento è il bisogno più universale e più profondo. Purtroppo, riconosciamo gli altri in misura inversamente proporzionale alla richiesta nostra di riconoscimento. In altri termini, siamo pronti ad incassare le forme di riconoscimento d’altri per noi; siamo restii a concedere agli altri il riconoscimento che essi chiedono a noi.

9. La fragilità in relazione al bene è anche fragilità in relazione ai beni della vita. Anche i beni di “corredo” dei rapporti personali sono esposti, infatti, alla fragilità. Possono venire a mancare per le ragioni più diverse. Soprattutto possono essere troppo o troppo poco in asse con il nostro desiderio. A volte siamo troppo pieni di “opportunità”, a volte esse scarseggiano. Un uso equilibrato dei beni è certo possibile, ma esige molto coraggio e solo pochi riescono a venirne a capo.

10. La fragilità è una condizione del desiderio umano in quanto tale. Il desiderio umano non ha potere alcuno sul propriooggetto. Esso è anzi dall’oggetto fortemente condizionato, anche
perché è l’oggetto che “muove” il desiderio. Il fatto che è che la relazione del desiderio al proprio oggetto è una relazione fondamentalmente di natura “intenzionale”, e non di natura causale (produttiva). Un essere umano usa certo delle strategie di approssimazione e di cattura dell’oggetto, ma nulla garantisce che l’oggetto sia infine disponibile. Il bene conseguito è una conclusione solo e sempre possibile della corsa del desiderio. Solo possibile lo è, anche quando le forme dell’abitudine sembrano rassicurare al massimo.

11. La fragilità della nostra relazione al bene non è lo stesso che una sua pratica impossibilità. Anzi, siamo sempre in presa diretta sul bene. Ma siamo sempre, nel contempo, impotenti rispetto ad esso. Il legame al bene è, infatti, un legame per noi, per la nostra vita, ma non è un legame dell’oggetto a noi. L’oggetto può sempre congedarsi: questo sperimentiamo quotidianamente. Persino il nostro legame con la vita corporea non è necessario, se non per noi. Sappiamo bene, in effetti, come la vita si congedi da noi senza chiedere “permessi” di alcun genere. Siamo, dunque, dal bene come posseduti, mentre non possediamo il bene, se non perché esso viene da sempre a noi, e misteriosamente si concede.

12. La fragilità del corpo condiziona il nostro rapporto con i beni della terra. Possiamo “allungare le mani” sui beni, specialmente nelle società particolarmente evolute. Basta la semplice esperienza di un giro al supermercato. Ma al supermercato per un po’ possiamo non tornare più, anche solo perché abbiamo contratto una banalissima influenza. E possiamo non tornare mai più…

13. La fragilità della relazione al bene è altra cosa dalla difficoltà di distinguere tra bene apparente e bene reale, per quanto sia vero che le due condizioni non solo possono sommarsi, ma anche intrecciarsi in vario modo. Proprio perché il bene non ha legame con noi, ma noi con il bene, proprio per questo è possibile il differire dell’essenza dall’apparenza, quando al bene ci accostiamo. Il bene viene a noi, ma può a noi nascondersi. O più semplicemente, noi possiamo non essere “in asse” con lui, specie quando si tratta di un bene determinato. Il bene determinato è sempre intercettato dall’esistenza, la quale può essere “turbata” anche in maniera notevole dalle pulsioni. Anzi di solito lo è. L’essenza del bene, dunque, differisce sempre in qualche modo dall’apparenza. Ma non differisce necessariamente in modo radicale.
Per fortuna, possiamo cogliere l’essenza del bene anche attraverso certe distorsioni e certe opacità. Come quando sappiamo dell’amicizia sostanziale di una persona nei nostri riguardi, nonostante certe debolezze sue o certe pigrizie nostre.

14. La fragilità del bene e la difficoltà di intenderne l’essenza possono essere gradualmente superate solo a partire dalla relazione di riconoscimento reciproco. La reciprocità riconoscente
immette gli esseri umani in una relazione di causalità secondo libertà in cui, l’uno per l’altro, viene assicurata, così come è umanamente possibile, la saturazione del desiderio. Una persona
riconoscente fa una persona riconosciuta, ossia produce la relazione buona secondo libertà. Strappa dunque la relazione alla semplice casualità dell’accadere. L’accadere è ora, invece, nella relazione riconoscente, causale, sempre secondo libertà, e la causalità ha questo di proprio, che contiene in sé, e non fuori di sé, la continuità possibile del legame. Ciò che è impossibile nel semplice accadere di qualcosa.

15. Una persona riconoscente fa una persona riconosciuta senza la minaccia radicale dell’apparenza sull’essenza. Nel rapporto di riconoscimento reciproco, infatti, per definizione non si può barare. Ognuna delle due soggettività è esposta all’altra, e anzi all’altra si è già consegnata. Dunque, ha rinunciato al proprio potere di nascondimento. Chi si consegna non ha riparo, e non vuole averne. Forse non somiglia a ciò la via seguita daSidgwick quando, superando l’utilitarismo egoistico che porta alla frammentazione del caos, sceglie l’ordine teistico del Cosmos dove il concetto di benevolenza è elevato al concetto di conoscenza del “Bene” attraverso la gratitudine e la preghiera?

 

 

ON “THE GOOD” WHICH IS NOT THE USEFUL

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Sidgwick thinking HENRY SIDGWICK (Italiano) Henry Sidgwick

 

 

 

 

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