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Indice

 

SIDGWICK E KANT:
Sulle cosiddette “discrepanze” fra l’etica utilitarista
e l’etica kantiana

MARIKO NAKANO-OKUNO

Introduzione

L’etica utilitarista e quella kantiana sono le due teorie etiche classiche che hanno avuto maggiore influenza. Quando i filosofi morali parlano di ciò che è la cosa giusta da fare o di ciò che il significato di giusto, di dovere, di libertà e di responsabilità, fanno sempre riferimento all’una, o all’altra, o ad entrambe queste teorie. Anche oggi, quando dibattiamo di problemi di bioetica, eutanasia, aborto, ricerca sugli embrioni umani, oppure trattiamo di temi come libertà di espressione o giustificazione della guerra, una o l’altra di queste teorie viene citata perché ritenuta alla base di un ragionamento morale (Cfr. R. Bennett, C. A. Erin, J. Harris e S. Holm, Bioethics, Genethics and Medical Ethics e G. Enderle, Business Ethics, in The Blackwell Companion to Philosophy, 2ª ed., a cura di N. Bunnin e E. P. Tsui-James, Oxford, Blackwell,
2003, pp. 499-530, 531-551 (vedi in particolare pp. 500, 546) oggi fra i più noti libri di etica. Entrambi questi articoli menzionano l’etica kantiana e l’etica utilitarista (oppure hanno preferenza per il conseguenzialismo di cui l’utilitarismo è la versione più familiare) come i due modi principali di accostarsi ai problemi pratici, sebbene suggeriscono che queste due teorie spesso sono molto semplificate e poco approfondite nel campo dell’etica applicata.).

Malgrado ciò, queste due teorie etiche, l’utilitarismo ed il kantismo, sono descritte normalmente come fortemente contrapposte ed assolutamente incompatibili. Questa contrapposizione è data per scontata e difficilmente messa in dubbio. Ma se l’etica utilitarista e
quella kantiana divergono, su quali aspetti e sino a che punto confliggono veramente?

In questo saggio indicherò un’immagine chiara della precisa relazione intercorrente fra queste due teorie etiche. Sebbene si creda comunemente che l’etica utilitarista e quella kantiana si trovino agli antipodi, sosterrò che sono molto più simili di quanto non si sia creduto precedentemente. Le due teorie hanno in comune non una ma molte idee importanti e tutte essenziali per entrambe.

Per portare a termine questo mio compito prenderò in considerazione il The Methods of Ethics di Henry Sidgwick ed i tre scritti di etica di Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, Kritik der praktishen Vernunft e Metaphysik der Sitten, in quanto testi principali
rispettivamente dell’etica utilitarista e di quella kantiana (Cfr. il Royal Prussian Academy of Sciences edition, vol. IV, pp.387-463 for Grundlegung zur Metaphysik der Sitten; vol. V, pp. 3-163 for Kritik der praktischen Vernunft; and vol. VI, pp.205-493 for Metaphysik der Sitten. (Si farà riferimento da ora in poi a questa edizione ad eccezione del Kritik der reinen Vernunft, che verrà citato con i numeri della prima e seconda edizione, i numeri faranno riferimento alle pagine A/B. Si è fatto anche riferimento a M. J. Gregor, Practical Philosophy – Immanuel Kant, Cambridge, Cambridge University Press, 1996 per la traduzione inglese delle opere di Kant). Queste tre opere di Kant sono quelle a cui Sidgwick fa frequentemente riferimento nel suo The Methods of Ethics. Per quanto riguarda il Metaphysik der Sitten di Kant, Sidgwick focalizza esclusivamente l’argomento kantiano della virtù, cioè l’etica della moralità in senso stretto (invece di quello riguardante il diritto o la legalità), infatti, ciò che Sidgwick considera la finalità dell’etica corrisponde a questa parte dell’argomento kantiano. Ciò giustamente è ripreso nel saggio di R. M. Hare, Could Kant Have Been a Utilitarian?, in Sorting Out Ethics, Oxford, Oxford University Press, 1997, pp. 147-165. Vedi anche Kant, Metaphysik der Sitten vol. VI, pp. 211-228 e pp. 375-493.). Sebbene tanto Jeremy Bentham quanto John Stuart Mill siano molto più conosciuti fra gli utilitaristi classici, ho scelto principalmente Sidgwick per la sua analisi delle basi filosofiche dell’utilitarismo che sembra essere la più elaborata e la più sofisticata, come sostiene John Rawls nel suo A Theory of Justice (Cfr. John Rawls, A Theory of Justice, Cambridge, Harvard University Press, 1971, p. 22.). Degli utilitaristi del Ventesimo secolo, R. M. Hare è il filosofo più noto della morale che ha rilevato l’affinità fra la sua teoria utilitarista e l’etica kantiana. Devo ammettere di essere stata fortemente influenzata da quest’ultimo, e spero di essere riuscita a aggiungere qualcosa alla relazione fra l’etica utilitarista e quella kantiana, specialmente per quanto riguarda la struttura teoretica dell’utilitarismo, attraverso l’esame della filosofia di Henry Sidgwick ed il comparala con gli scritti originali di Kant (Cfr. John Skorupski, Ethics, cap. 6, a cura di, N. Bunnin and E. P. Tsui-James, in The Blackwell Companion to Philosophy, op. cit., pp. 202-230, ove anche lui fa un paragone fra l’etica utilitarista e quella kantiana, affermando che sono simili nel senso che riconoscono l’imparzialità o l’onestà come principi categorici dell’etica e crede che «questi siano principi della ragion pratica categorici e non meramente formali». Enuncerò più avanti quali sono i principi morali e che tipo di imparzialità hanno in comune e dove, viceversa, cominciano a differire. Inoltre, vorrei comparare Kant con l’utilitarismo classico invece che, come fa Skorupski, con “l’utilitarismo generico”, il quale permette varie interpretazioni della nozione di benessere e di quella di giustizia distributiva.). Infatti, se confrontiamo i loro testi originali, ci accorgiamo che le differenze fra la teoria utilitarista e l’etica kantiana vengono spesso ingigantite, anche se non si può negare che ci siano alcune differenze, specialmente nella struttura etica. Una di queste riguarda il modo in cui viene trattata la nozione di libertà ed un’altra riguarda i loro metodi nella teoria
della costruzione dove sono presenti punti simili nell’usarla che, tuttavia, portano ad affermazioni di natura pratica abbastanza differenti. La questione della libertà è troppo complessa per essere discussa in questo saggio, invece esamineremo da vicino le costruzioni etiche di entrambe le filosofie, anche se in forma ridotta, per dimostrare come le contrapposizioni più generalizzate e standardizzate scompaiano. La possibilità di riconciliare
l’utilitarismo col kantismo dipenderà dal se vedremo tali differenze come fondamentali, o meno.

 

1. Un’opinione generalizzata delle divergenze

Per la teoria dell’utilitarismo un’azione è moralmente giusta e deve essere fatta, se produrrà, nell’insieme, felicità o soddisfazione per tutte le persone che essa raggiunge, più di quanto non
faccia una qualsiasi azione alternativa. In questo contesto, la “felicità” si riferisce a qualsiasi cosa sulla quale ci si possa mettere d’accordo in senso lato, per esempio uno stato mentale che una persona valuta come desiderabile e di cui una si sente soddisfatta, il quale non include solo un piacere sensuale ma anche ogni tipo di godimento, divertimento, gratificazione e soddisfazione. Questa teoria rappresenta una versione del conseguenzialismo, in quanto ritiene che un’azione moralmente giusta è quella che cerca di produrre, per le persone interessate, le migliori conseguenze possibili, cioè quanta più felicità o soddisfazione preferibile. La teoria per la quale la felicità è il fine ultimo dell’azione morale è chiamata edonismo etico. Alcuni utilitaristi contemporanei usano il termine “soddisfacimento preferenziale”, ma Sidgwick e gli utilitaristi classici usano il termine “felicità” e quindi sono chiamati utilitaristi edonistici.

Si dice frequentemente che entrambe le versioni dell’utilitarismo sono ovviamente opposte all’etica kantiana. Per esempio, Richard Norman scrive che il coniugare l’etica utilitarista con quella kantiana va contro lo spirito di quest’ultima, la quale sottolineerebbe sempre la felicità e l’irrilevanza delle conseguenze (Cfr. R. Norman, Moral Philosophers, 2ª ed., Oxford; Oxford University Press, 1998, pp. 84-85.). The Encyclopedia of Kant fornisce una spiegazione di utilitarismo, secondo la quale «Kant ha assunto una posizione deontologica e, partendo da essa, critica l’utilitarismo il quale, viceversa, sostiene il principio conseguenzialista, ritenuto una versione della moralità eteronoma in quanto si poggia su un principio morale materiale » (Cfr. K. Arifuku, M. Sakabe e Koubun-dou, a cura di, The Encyclopedia of Kant, in giapponese, 1997.). John Stuart Mill, invece, interpreta la formula fondamentale di Kant, riguardante l’imperativo categorico, come capace di armonizzarsi con l’utilitarismo parafrasandone la formula «dovremmo conformare la nostra condotta ad una regola che tutti gli esseri razionali potrebbero adottare a beneficio dei loro interessi collettivi» (Cfr. John Stuart Mill, Utilitarianism, cap. 5, 1861). Tuttavia alla sua interpretazione si obietta generalmente che «i principi fondamentali kantiani non saranno mai compatibili con l’interpretazione di Mill… perché negherebbero quell’idea essenzialmente kantiana dell’imperativo categorico e rovescerebbero tutte le norme in meri imperativi ipotetici» (Cfr. W. Kuroda, Acts and Norms, in giapponese, Keiso Shobo, 1992, pp. 127-128.).

Un aspetto saliente dell’etica kantiana risiede nel suo sforzo di trovare alcuni principi supremi della morale, che dovrebbero essere trovati eliminando tutti i fattori empirici.

Kant distingue chiaramente il dovere morale dal dovere empirico di una persona. Il dovere morale è per lui qualcosa all’interno della quale la ragione determina la volontà di una persona ad agire in un certo modo a prescindere dal suo desiderio personale. La volontà (Wille) ed il desiderio (Begierde) sono simili nel fatto che entrambi sono correlati alla scelta, ma a differenza dei desideri o delle inclinazioni personali (i desideri abituali), si dice che la volontà sia «la capacità di determinare se stessa ad agire in conformità alla richiesta di certe leggi» (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 427, in corsivo come nell’originale).

Non è dunque il piacere personale, ma è la ragione che determina la volontà in conformità alle leggi. Il determinare una volontà o un’azione significa determinare cosa dovrebbero essere una tale volontà o una tale azione. Kant suggerisce che la scelta teoretica di un oggetto riguarda cosa esso sia in sé e che il determinarlo praticamente riguarda «quale dovrebbe essere l’idea che abbiamo di esso al fine di un uso finalizzato» (Cfr. I. Kant, Kritik der Urteilskraft, vol. V, op. cit., p. 353; vedi pure il suo Kritik der reinen Vernunft, nella 1ª ed., pp. 571-572; nella 2ª ed., pp. 599-600). Altrove parla della «determinazione dell’azione che è necessaria per trovare un accordo con il principio di una volontà che, in qualche modo, è buona», aggiungendo che l’imperativo il quale formula tale determinazione della volontà indica «quale azione, fra quelle che posso fare, sarebbe buona» (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 414.). Queste frasi ci indicano che il termine “determinare” è correlato, in un contesto pratico, con lo scegliere un’azione buona o con lo scegliere ciò che dovrebbe essere fatto, fra alcune alternative possibili.

Coerentemente con la distinzione fra inclinazioni e volontà razionale, Kant distingue anche fra una massima ed una legge. Le proposizioni che contengono una determinazione generale della volontà sono chiamate principi pratici (Grundsatz), ma quando la condizione riguarda solo la propria volontà personale, allora tali principi sono chiamati massime (Maxim); tuttavia,
quando la condizione è riconosciuta funzionare per la volontà di ogni essere razionale, questi sono chiamati leggi pratiche (Gesetz) (Cfr. I. Kant, Kritik der praktischen Vernunft, vol. V, op. cit., p. 19.). Le massime sono i principi in riferimento a cui il soggetto agisce ma le leggi pratiche sono principi che si trovano d’accordo con ciò che il soggetto dovrebbe fare. Kant argomenta che Dio, per esempio, non sente gli imperativi poiché non ha delle inclinazioni di natura opposta; tuttavia, per gli esseri che hanno impulsi o inclinazioni, e questi potrebbero essere contro queste leggi, le leggi pratiche vengono rappresentate come imperativi ( Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op cit., p. 414 e p. 421 nota.).

Le massime sono anche principi, ma questi non reggono necessariamente il comportamento di ogni essere razionale. Solo gli imperativi categorici, che valgono assolutamente a prescindere dalle condizioni casuali e soggettive che distinguono ogni individuo razionale, sono giustamente chiamati leggi pratiche, in quanto si presume che valgano oggettivamente ed universalmente (Cfr. I. Kant, Kritik der praktischen Vernunft, vol. V, op. cit., pp. 19-31).

Tenendo fermo ciò, Kant ritiene che il principio supremo (o i principi supremi) della morale, che cerca di trovare, non devono dipendere né dagli oggetti del desiderio personale, né da alcuna condizione empirica.

Secondo Kant non si può fare derivare una legge che vale per ogni essere razionale da un qualsiasi precetto basato su principi di mera esperienza o da un qualsiasi precetto che si fondi su basi empiriche, anche se il precetto, sotto un certo aspetto, è universale (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 389; Kritique der praktishen Vernunft, vol. V, op. cit., p. 12.). I principi pratic che presuppongono, infatti, un qualche oggetto della scelta (Kant nella sua terminologia chiama materia l’oggetto del desiderio) come fondamento per determinare la volontà, sono del tutto empirici e non possono diventare leggi
pratiche (Cfr. I. Kant, Kritik der praktischen Vernunft, vol. V, op. cit., p. 21; Teorema I). Quando le basi determinanti della volontà sono costituite, nel senso kantiano, da una certa materia, il principio della volontà dipende da condizioni empiriche come quelle sul se l’oggetto
verrà realizzato o no, sul se porterà piacere o no e così continuando; così tale principio non avrebbe valore senza eccezione per ogni essere razionale.

Kant esclude dunque tutti i principi empirici e materiali e, alla fine, presenta le sue formule degli imperativi categorici come principi supremi della morale.

La formula fondamentale dell’imperativo categorico, ovvero la formula della legge universale: «agisci secondo una massima che vuoi, allo stesso momento, diventi legge universale » (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 421.).

La formula del fine in sé: «agisci in modo che l’umanità, la tua stessa persona o un’altra, sia sempre un fine in se stesso e mai un mezzo» (Ivi, p. 429.).

La formula dell’autonomia: «[agisci secondo] l’idea che la volontà di ogni essere razionale sia una volontà capace di dare una legge universale»(Ivi, p. 431.)

Queste tre formule sono sufficientemente conosciute perché le si spieghi nei dettagli (Cfr., per una diversa classificazione delle formule degli imperativi categorici di Kant, H. J. Paton, The Categorical Imperative. A Study in Kant’s Moral Philosophy, New York, Harper, 1947, pp. 129-198; M. J. Gregor, a cura e traduzione di, Practical Philosophy – Immanuel Kant, Cambridge, Cambridge University Press, 1996, pp. XXIII-XXIV. Ma la classificazione più semplice sembrerebbe essere quella qui proposta. Altri menzionano spesso altre formule, come la formula della legge universale naturale e quella del regno dei fini, ma sembra che Kant parli della prima come di una spiegazione aggiuntiva alla formula della legge universale, e delle seconda come di un risultato naturale capace di combinare la formula del fine in sé con la formula dell’autonomia), sono leggi a priori, che posseggono quell’universalità e quella necessità assoluta che non può derivare da una qualsiasi esperienza (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 389). Kant sostiene che le nostre massime non possono essere massime morali se non si conformano a queste leggi, infatti, possiamo dire quali sono i nostri doveri, cosa si dovrebbe o cosa non si dovrebbe fare, cosa è permesso e cosa non lo è, solo attraverso il confronto delle nostre massime con queste formule. E sottolinea il fatto che la legge morale deve essere quell’autorità che determina la nostra volontà e ne diventa l’incentivo (Cfr. I. Kant, Kritik der practischen Vermunft, vol. V, op. cit., pp. 71-72.). Un’azione morale dovrebbe essere fatta non per proprio tornaconto ma per rispetto della legge e dovremmo agire secondo tale legge morale universale, anche se nel fare ciò limitiamo o frustriamo le nostre inclinazioni. L’agire morale non vuol dire agire mirando alla felicità, ma agire per meritare la felicità (Ivi, p. 130).

Un altro aspetto dell’etica di Kant risiede nella sua insistenza sulla stretta correlazione fra, moralità e libertà, che enfatizza il significato pratico della libertà. Secondo Kant, la nozione di
libertà ha due aspetti; il concetto negativo di libertà, che elimina l’influenza dell’impulso sensibile nella volontà di una persona, ed il concetto positivo, che lascia libera «la proprietà della mente di essere legge a se stessa» e «la capacità della pura ragione di essere legge dell’attività pratica in sé» (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., pp. 446-447; Kritik der practischen Vermunft, vol. V, op. cit., p. 33, Mataphysik der Sitten; vol. VI, op. cit., pp. 213-214). L’aspetto positivo della libertà, agendo solo in conformità con la ragione, è ciò che Kant vorrebbe sottolineare, in quanto chiarisce la natura eccellente della nostra autonomia, ma questo senso della libertà è possibile solo se l’aspetto negativo, essendosi liberato dal desiderio e dall’impulso, non è presente. Perché la legge morale esista, Kant suggerisce che la nostra volontà debba essere libera di presentarla senza l’influenza delle condizioni empiriche. Egli inoltre crede che, il trovare le leggi morali dentro di noi, ci rende capaci di comprendere che siamo liberi di agire solo quando ci basiamo sulla ragione (Cfr. I. Kant, Kritik der practischen Vermunft, vol. V, op. cit., p. 4 nota.); asserisce anche che ogni essere razionale che ha una volontà deve agire sottoposto a questa idea di libertà ( Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 448).

Da quanto detto sopra, l’etica kantiana sembrerebbe molto differente da quella degli utilitaristi. I presunti contrasti fra le due etiche possono essere descritti come riguardanti:

(1) La totale differenza fra i loro principi morali fondamentali. Gli utilitaristi sostengono il principio per cui bisogna massimizzare la felicità delle persone, mentre Kant presenta la formula degli imperativi categorici come principi morali fondamentali.

(2) I fondamenti che determinano la volontà morale. Per gli utilitaristi il fondamento che determina la volontà morale è la felicità ed esso è empirico e materiale. Kant, invece, insiste sul fatto che tale fondamento non è altro se non la volontà morale che non è presa a prestito dell’esperienza; così, senza dubbio, egli criticherebbe la teoria utilitarista.

(3) Il conseguenzialismo opposto alla deontologia, ovvero la priorità del bene sul giusto. Gli utilitaristi giudicano la giustizia o l’ingiustizia di un’azione, attraverso gli effetti chi ci si aspetta. Invece per Kant, l’azione morale di un atto non sorge dalle conseguenze che ci si aspetta, bensì dal manifestarsi stesso della legge (Ivi, p. 401.). Se esaminiamo il problema da un altro lato ci accorgiamo che l’utilitarismo considera, prima di tutto, la felicità individuale come il fine o il bene che dovrebbe essere perseguito e da tale considerazione deriva la giustezza dell’atto, viceversa nell’etica kantiana la nozione di bene (o di male) è subordinata alla legge morale e da essa è regolata ( Cfr. I. Kant, Kritik der practischen Vermunft, vol. V, op. cit., pp. 62-63.).

(4) L’atteggiamento verso l’edonismo. L’edonismo è un punto centrale dell’utilitarismo classico. Ma Kant insiste sul fatto che la volontà morale non deve essere determinata dalla felicità e sostiene che la cognizione di felicità si poggia su fatti empirici; di conseguenza, tale principio è lungi dall’essere definito come volontà della legge universale. Infatti, se il desiderio della felicità è universale, invece gli oggetti desiderati sono abbastanza differenti. I desideri degli individui, qualche volta, possono coincidere, ma questo è un fenomeno semplicemente casuale che non sempre accade ed è impossibile trovare una legge universale che governi inclinazioni tanto diverse (Ivi, pp. 21-26, 28, 35 e sgg.). Si potrebbe obiettare che la finalità centrale dell’utilitarismo sia quella di portare alla felicità collettiva e non alla felicità esclusiva dell’individuo, cosa questa avversata fortemente da Kant, il quale non crede che la felicità delle persone, possa essere il fondamento determinante la volontà. Infatti, crede che istintivamente siamo contenti della felicità degli altri e che ci sentiamo anche spinti a fare qualcosa per gli altri nel portar loro tale felicità, tuttavia non possiamo dare per certo che ogni essere razionale abbia esperienze o esigenze di questo tipo, quindi la massima che contiene una tale condizione materiale ed empirica non può essere considerata una legge (Ivi, p. 34.).

(5) Il significato della libertà. Il concetto della libertà, nel senso della formazione autonoma della legge, è essenziale nell’etica kantiana, mentre nell’etica utilitarista non si trova nulla di simile.

Poiché questo punto (5) come già detto, va oltre lo scopo di questo intervento; esamineremo dunque, nelle seguenti sezioni, i restanti punti, cercando di dimostrare come in questi le differenze fra l’etica utilitarista e quella kantiana, siano di poco conto.

 

2. I principi fondamentali della morale

I principi fondamentali delle due teorie, se presi alla lettera, sono chiaramente differenti. Tuttavia, si dovrebbe notare che, per alcuni utilitaristi, come Henry Sidgwick, il principio utilitarista non è un principio fondamentale. Dopo aver esaminato gli argomenti iniziali dell’utilitarismo, Sidgwick sottolinea che il principio utilitarista non è in se stesso auto evidente ed ha bisogno di altri fondamenti filosofici per essere coerente e solido. Egli, attraverso l’indagare «in forma chiara e certa le intuizioni etiche », arrivava a tre principi fondamentali dell’etica, ritenuti la base dell’utilitarismo, le cui verità, se riflettessimo attentamente, accetteremmo tutti (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, 7ª ed., con prefazione di John Rawls, Indianapolis-Cambridge, Hackett Publish Company, 1981, p. 387.). Il termine “intuizione” significa, in questo caso, la capacità di comprendere una qualche verità apparente
senza usare nessun tipo di induzione o deduzione dall’esperienza. “Verità” si riferisce a qualcosa di universale che non diventa mai falso senza ragione; ogni persona intelligente e riflessiva sarebbe d’accordo sulla verità di questo qualcosa che, in questo senso, può essere definita “obiettiva” (Cfr. M. Okuno, Sidgwick and the Contemporary Utilitarianism, in giapponese, Keiso Shobo, 1999, pp. 54-55; vedi anche Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., pp. 341 e 399.). I tre principi sono verità obiettive ed universali, filosoficamente intuite e ripetutamente esaminate e, proprio per ciò, più affidabili (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., pp. 379-384). Sidgwick riformula questi principi molte volte, ma l’espressione più corretta è questa:

Il principio di giustizia: «non può essere giusto che A tratti B in maniera tale che sarebbe sbagliato se B trattasse A, basandosi semplicemente sul fatto che sono due individui differenti, e senza che ci fosse alcuna differenza sulla natura delle circostanze dei due che potesse essere affermata come una base ragionevole per un trattamento differenziato» ( Ivi, p. 380.).

Il principio della prudenza razionale: «il poi, in quanto tale, deve essere considerato né più né meno che il presente» ( Ivi, p. 381.).

Il principio della benevolenza razionale: «ognuno è tenuto a ritenere il bene di un qualsiasi altro individuo come se fosse il proprio con la sola eccezione che, se esaminato, sia ritenuto essere minore, o conoscibile con minore certezza, o meno raggiungibile» (Ivi, p. 382.).

Poiché le conseguenze e le implicazioni di tali principi sono state già discusse altre volte, mi limiterò soltanto a sintetizzarne quelli che ritengo essere i punti più rilevanti (Cfr. M. Okuno, Sidgwick and the Contemporary Utilitarianism, op. cit., pp. 115-135.). Il principio di giustizia incarna la nostra intuizione fondamentale circa l’aspetto formale dei giudizi normativi, cioè, ciò che tutti noi approviamo attraverso i termini di “giusto”, “dovere” ed altre espressioni, a
prescindere dal contenuto del giudizio. Tutti noi ammetteremmo che sarebbe contraddittorio dire che «A non deve fumare in pubblico, e che B non è tenuto a fare ciò pur essendo in una situazione simile, qualora non si trovi una regione che spieghi questa differenza », oppure dire che «l’eutanasia dovrebbe essere consentita a C, in base alla sua condizione ed alle sue circostanze, ma non dovrebbe essere consentita a D in una simile situazione, sebbene non ci sia ragione per trattare questi due casi in forma differente ». Il principio di giustizia ci richiede di trattare tutti i casi simili alla stessa maniera, applicando il nostro giudizio su ciò che dovrebbe essere fatto o su cosa debba essere la cosa giusta da fare, senza discriminare un individuo particolare per andare a favore di un altro. Il principio di giustizia è anche chiamato
«principio formale di giustizia o di equità», in quanto ci richiede formalmente un giudizio normativo, tale da essere imparziale per tutti quei casi di cui si occupa la logica in tale giudizio (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 391).

Il secondo principio è quello della prudenza razionale, il cui punto essenziale è che non dovremmo dare differente peso allo stesso bene, solo perché esso avviene prima o dopo – «la mera differenza del concetto di prima e dopo, rispetto al tempo, non è un fondamento ragionevole per dare più attenzione, nella propria coscienza, ad un momento piuttosto che ad un altro» (Ivi, p. 381.). Il termine “coscienza” può essere rimpiazzato, in base al contesto, col termine “bene”. Ciò che qui viene richiesto non è l’imparzialità nell’applicazione logica del nostro giudizio, ma l’imparzialità nel porre le valutazioni di un bene indipendentemente dal tempo. Sidgwick da a questo principio il nome di prudenza razionale, il deviare da tale principio è chiaramente manifesto nel caso dell’imprudenza nella quale non si considera il proprio futuro.

Il principio della benevolenza razionale afferma che, se dovessimo fare nostra una teoria universale, non dovremmo dare un peso diverso al benessere delle altre persone, se ritenute eguali. Questo è il principio che richiede l’imparzialità nell’emettere valutazioni sul benessere delle altre persone.

Questi tre assiomi, secondo Sidgwick, sono componenti indispensabili dell’etica utilitarista. Bisognerebbe notare che, in tali principi, la nozione di felicità o di piacere, centrale per le teorie utilitariste, qui ancora non appare. I principi di cui abbiamo parlato si riferiscono alla nozione di “bene”, ma cosa sia bene non è ancora specificato. “Bene” significa qualcosa di desiderabile, oppure qualcosa che si desidererebbe se si fosse razionali. Nella terminologia di Sidgwick, cosa è bene in sé – cioè non come mezzo per ottenere un altro bene – è dunque un bene che bisognerebbe perseguire in quanto definito “bene ultimo”. «Ciò che, tutto sommato, è il massimo bene ultimo», diventa quel fine a cui dovremmo mirare. In ogni caso, bene non è sinonimo di piacere o felicità. Ma ciò non è tutto. Sidgwick più avanti tirerà fuori un nuovo argomento per indurci ad accettare, qualora riflettessimo, la verità dell’edonismo, secondo la quale esiste solo il piacere o la felicità dell’individuo che potremmo veramente ritenere il bene ultimo. Allora Sidgwick, con il combinare i tre principi su esposti con l’edonismo, alla fine fissa la teoria utilitarista per la quale dovremmo dare eguale peso all’eguale felicità di ognuno e
dovremmo mirare ad arrecare alle persone il massimo di felicità possibile. Infatti i tre principi ci dicono di essere imparziali sia nel formulare giudizi normativi, che nel valutare il benessere degli individui in tempi diversi, mentre l’edonismo ci dice di considerare la felicità come il solo bene ultimo (Cfr. M. Okuno, Sidgwick and the Contemporary Utilitarianism, op. cit., pp. 144-185.).

Per quanto detto si può dire che i tre principi e la tesi edonistica siano veramente le idee fondamentali dell’etica utilitarista che, in tal modo, mostra chiaramente una stretta relazione con l’etica kantiana.

 

2.1 La coincidenza dei principi fondamentali

La formulazione della legge universale ed il principio di giustizia

Per chiarire le similitudini su esposte fra l’etica utilitarista e quella kantiana, è conveniente cominciare dal fatto elementare che lo stesso Sidgwick professa quel principio di giustizia che
corrisponde alla formula kantiana dell’imperativo categorico, vale a dire la formula della legge universale:

Ho già rilevato come il principio fondamentale del dovere [di Kant] è la regola “formale” dell’”agire in base ad una massima che si può volere come legge universale”; debitamente sintetizzata costituisce un immediato corollario pratico che deriva dal principio già da me rilevato nella sezione precedente [cioè quella che riguarda il principio di giustizia] (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., pp. 385-386).

Qualsiasi cosa per me è giusta deve anche essere giusta per tutte le altre persone in circostanze simili, questa è la forma in cui ho accettato la massima kantiana che certamente mi sembra fondamentale, vera e non senza importanza pratica ( Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, prefazione alla 6ª ed., London, Macmillan, 1901, p. XVII.).

Il principio della giustizia ci dice di trattare i casi simili alla stessa maniera e di non favorire nessun individuo particolare nell’applicazione dei nostri giudizi normativi. Ciò implica che devo essere preparato a far si che il mio giudizio normativo diventi un principio che si applichi in maniera eguale a tutti gli individui in circostanze simili. È evidente che questa affermazione segue alla formula fondamentale dell’imperativo categorico che ci dice di agire secondo il principio pratico che ciascuno di noi vuole che sia valido per tutte le persone che si trovino nella stessa situazione: «agisci secondo una massima che vuoi, allo stesso momento, diventi legge universale».

Sidgwick, tuttavia, ha alcune riserve sulla validità della teoria kantiana, per esempio sostiene che Kant sbaglia quando pensa che potrebbe far derivare nei minimi particolari tutte le regole del dovere da questa unica formula fondamentale. Infatti, immagina che una volontà che soddisfi i requisiti di questa formula, potrebbe alla fine rivelarsi sbagliata, come nel caso di una massima tirata in ballo da un sadico, il quale vorrebbe che essa fosse valida per tutte le persone in una condizione simile. Infatti, egli potrebbe volere sinceramente che il suo giudizio, per il quale «ogni sadico, come lui, dovrebbe torturare le persone nella situazione A», diventasse una legge universale applicabile egualmente a tutte le altre persone, incluso se stesso, che si trovassero in una situazione simile (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, 7ª ed., op. cit., pp. 209-210). Ed inoltre, Sidgwick afferma che l’argomento di Kant, nel fare derivare il dovere di aiutare una persona in difficoltà solo da questa formula, non è molto vincolante (Ivi, p. 389 nota; vedi anche I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 423.). Infatti, secondo Sidgwick, Kant cerca di difendere il proprio
argomento col dire che potremmo concepirlo perché diventi legge universale, ma che non possiamo volere diventi tale solo perché, in certi momenti, qualcuno ha bisogno dell’aiuto o dell’amore di altre persone. Possiamo dunque immaginare che ci sia una persona risoluta e indipendente a tal punto da non chiedere l’aiuto degli altri, sia una persona che, con ragionevolezza, giudichi essere vantaggioso utilizzare l’aiuto degli altri.

Potremmo anche avere delle perplessità su quell’altro argomento, in cui Kant, parlando dei doveri particolari, adotta la formula della legge naturale invece di quella della legge universale
e reinterpreta la frase «una massima che vuoi, allo stesso momento, diventi legge universale» come se fosse «una massima che vuoi, allo stesso momento, diventi legge naturale». Nel fare ciò, sottolinea non solo che ogni particolare dovere ha le sue fondamenta nella sua conformità col principio universale simile alla legge naturale, ma anche che il fine datoci dalla natura è quello di preservare e promuovere la vita; dovremmo adempiere perciò a questo fine. Ritorneremo più avanti su questa nozione di finalità naturale.

Sidgwick pensa, anche in questo caso che la formula debba essere “doverosamente ridimensionata”, come abbiamo visto nella citazione fornita prima, e pensa che Kant non abbia capito che «il principio pratico applicabile a tutte le persone in situazioni simili» non è necessario che sia semplice e generale; può anche essere specifico, cioè proprio il contrario di quanto si aspettava Kant dalle leggi universali. Tale principio specifico possiamo osservarlo quando diciamo, per esempio, «non si dovrebbe mai uccidere nessun essere umano, se non in caso di autodifesa, oppure per eseguire una condanna capitale». Tale specificità si avrebbe anche quando ci fosse un altro principio ancora più complesso che aggiungesse altre eccezioni e condizioni, in modo tale da essere applicabile a tutte le persone che si trovassero nelle stesse circostanze. Secondo Sidgwick, un altro punto che Kant trascura di menzionare è quello per cui vi sono certi principi che valgono solo a condizione che non tutti mettano in pratica ciò che affermano. Kant, per esempio, proibisce il fare una promessa quando in verità non si è pronti a mantenerla e si chiede di immaginare cosa accadrebbe se ognuno facesse delle promesse false; tuttavia, volere che la mia massima diventi legge universale non è lo stesso che considerare cosa accadrebbe se ognuno facesse lo stesso tipo di azione. La massima con cui ci
si ripromette di non sposarsi o di condurre una vita ascetica sono due esempi che si possono ritenere validi presupponendo che essi non saranno largamente seguiti dalle persone. Infatti, sebbene sembri impossibile per noi volere che ognuno dovrebbe rifiutare di riprodursi, tuttavia potremmo volere la massima che dice «ci si potrebbe non sposare solo se si fosse fiduciosi che la propria decisione non minacci la prosperità dell’umanità», diventi una legge dell’attività pratica a cui tutte le persone che si trovassero in una situazione simile dovrebbero obbedire (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 210 nota, pp. 485 e sgg., vedi pure pp. 318-319).

Tuttavia, è ovvio che quanto richiesto dal principio di giustizia e dalla formula della legge universale è essenzialmente lo stesso. Anche per Sidgwick, il principio di giustizia è un principio obiettivamente e universalmente vero, valido per tutti gli esseri razionali che cercano di ragionare accuratamente nello sforzo di formulare giudizi normativi. Il principio utilitarista in
sé non è un principio fondamentale; ma la validità di ogni giudizio morale utilitarista deve essere messa alla prova alla luce di questo principio fondamentale di giustizia, cioè dalla formula della legge universale, prendendo in considerazione le riserve poste da Sidgwick. Egli procede argomentando che il principio utilitarista si combina bene con la formula della legge universale con cui non si scontrerà mai. Dice a proposito:

certamente potrò volere che diventi una legge universale quella per cui gli uomini dovrebbero agire in modo tale da promuovere la felicità universale [cioè la felicità delle persone]; infatti, è la sola legge, a me perfettamente chiara, che potrei decisamente volere, da un punto di vista universale (Ivi, p. XX. 300 ).

Tuttavia, come sottolinea Sidgwick, il principio della giustizia da solo non può essere una guida sufficiente per decidere cosa dovremmo fare, infatti tale principio afferma soltanto il requisito logicamente correlato del giudizio normativo. Per questa ragione, Sidgwick presenta gli altri due principi fondamentali. Ma anche Kant presenta altre formule oltre quella della legge universale. Di questa coincidenza parleremo fra poco.

La formula del fine in sé

Sidgwick sembra insoddisfatto dell’argomento di Kant della formula del “fine in sé” (Ivi, pp. 389-390 nota). Egli lamenta il fatto che, anche se accettassimo la nozione personale di Kant del “fine in sé”, in cui è detto che un essere umano razionale esiste come un fine in sé, e ammettessimo che dovremmo tenere in considerazione quei fini particolari a cui mirano gli esseri razionali, tuttavia non sarebbe ancora chiaro perché dovremmo rispettare le diverse finalità che la gente comune cerca realmente, incluso quei fini che sembrano irrazionali, motivati da desideri o da avversioni di natura empirica.

Tuttavia, penso che potremmo, anzi forse dovremmo, sottolineare il fatto che la formula del fine in sé contiene l’affermazione essenziale del principio della benevolenza razionale di Sidgwick. Infatti, se la suddetta formula implica che dovremmo rispettare una persona come un soggetto che ha i suoi fini (i quali dovrebbero essere considerati eguali ai miei), questa formula contiene essenzialmente anche la stessa richiesta che si trova nel principio di benevolenza razionale, la quale ci ordina di dare eguale peso al bene, cioè alle cose ritenute buone, o ai fini, delle altre persone. Ma possiamo interpretare anche l’altra affermazione kantiana per la quale «nemmeno la nostra stessa persona debba essere trattata come semplice mezzo» tale da indicare l’imperativo per il quale ognuno dovrebbe trattare i propri fini futuri come se fossero presenti. Se così fosse, questa affermazione includerebbe anche l’affermazione essenziale del principio della prudenza razionale di Sidgwick.

Andiamo ora a spiegare il problema più dettagliatamente. Prima di tutto, è certo che il fine che Kant aveva in mente è qualcosa che dovremmo rispettare in sé senza considerarlo un semplice
mezzo, e nello stesso tempo, dovremmo ritenerlo come qualcosa capace di generare da se stesso dei fini particolari. Quando, dal suo Grundlegung, fa discendere dei doveri verso gli altri attraverso l’applicazione della formula del fine in sé, scrive «le finalità di un soggetto, che è in se stesso un fine, devono essere esse stesse, per quanto possibile, le mie finalità, se tale rappresentazione deve avere in me un effetto completo» (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 430). Viene affermato, inoltre, che le finalità di un soggetto non dovrebbero soltanto essere preservate, ma anche positivamente incentivate. Secondo Kant, nel suo Metaphysik der Sitten, dei due maggiori doveri verso gli altri – il dovere dell’amore e quello del rispetto – il primo è spiegato come «il dovere di fare propri i fini degli altri (premesso che non siano immorali)», mentre il secondo viene spiegato come «il dovere di non innalzarsi al di sopra degli altri» (Cfr. I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., pp. 449-450). Se possiamo intendere l’idea del «fare mie le finalità degli altri e non innalzare me stesso al di sopra degli altri» come equivalente a «rispettare e valorizzare le finalità degli altri perché abbiano eguale peso delle mie» e se la formula idealizzata
per la quale «i fini devono essere positivamente perseguiti» si intende come affermare che «si dovrebbero promuovere tali fini quanto più possibile», allora la formula di Kant corrisponde al principio della benevolenza razionale, il quale ci dice di rispettare imparzialmente le finalità degli altri (ciò che è bene per gli altri), ed anche le mie (il bene per me) per promuoverle quanto più possibile.

Se questa interpretazione è giusta, ci accorgiamo come Kant, attraverso la formula del fine in sé, proponga essenzialmente una cosa identica a quella contemplata da Sidgwick con il principio di prudenza e quello di benevolenza. Tuttavia dovrebbe essere osservato come entrambi questi principi non contemplino ancora la nozione di felicità e siano simili alla formula del fine in sé, così come delineata sopra, la quale anch’essa afferma chiaramente che ognuno dovrebbe stimare in maniera eguale le varie finalità e promuoverle. Il fatto che Kant affermi ciò non è sufficiente perché lo si debba già considerare come un utilitarista edonistico.
Tuttavia, dovremmo ricordare come il principio di prudenza e quello di benevolenza siano, per Sidgwick, due principi fondamentali indispensabili a costruire la teoria utilitarista.

La formula dell’autonomia

Per quanto riguarda la formula dell’autonomia sarà sufficiente un breve commento. La formula kantiana della legge universale e quella del fine in sé, sono quelle che ogni essere razionale dovrebbe accettare liberamente. Similmente, i tre principi fondamentali di Sidgwick sono quelli che dovremmo fare nostri nel momento in cui intraprendessimo una riflessione intellettuale. Quando una persona fa riferimento al principio di giustizia in sé, a quello di prudenza ed a quello di benevolenza, obbedendo loro, può essere definita, in senso kantiano, un essere razionale, cioè un essere che volontariamente fissa da se stesso una legge che vale anche per qualsiasi essere razionale. Sidgwick non menziona un principio che corrisponde alla formula kantiana dell’autonomia, ma non sembra che ci sia un conflitto fra le idee di Sidgwick e questa formula.

 

2.2 “La legge deve essere il fondamento della volontà”

Dall’argomento della sezione precedente emerge un altro punto importante. È stato detto anche che l’etica utilitarista sarebbe incompatibile con quella kantiana poiché, adottando l’oggetto del desiderio, cioè la felicità come il solo bene ultimo, si fonderebbe su una base materialmente determinante della volontà. Ma i tre principi presentati da Sidgwick – ciascuno dei quali non fa riferimento al principio utilitarista ma, viceversa, ne costituisce il fondamento – sono i principi che non contengono un particolare oggetto della volontà, infatti, il principio di giustizia è un principio formale a cui qualsiasi giudizio normativo dovrebbe conformarsi, a prescindere dal contenuto, mentre il principio di prudenza e quello di benevolenza sono caratterizzati dalla nozione di bene inteso come oggetto della volontà. Tuttavia, il loro contenuto materiale non è ancora determinato, così questi principi non indicano nessuna base “materiale” determinante nel senso inteso da kant (Cfr. M. Okuno, Sidgwick and the Contemporary Utilitarianism, op. cit.,p. 230, in cui si sostiene che i tre principi di Sidgwick presentano un “contenuto sostanziale”, ma per “contenuto sostanziale” si intende che tali principi sono più completi delle loro verità analitiche meramente tautologiche. Non si vuole intendere che tali principi hanno un contenuto materiale nel senso inteso da Kant.).

Se riteniamo giusta la spiegazione dell’etica utilitarista fornitaci da Sidgwick, ci accorgiamo come anche nell’utilitarismo ci sia una volontà morale che, prima di tutto, deve conformarsi a
questi principi fondamentali. Kant dice che il fondamento determinante la volontà dove essere la legge, ma la teoria etica utilitarista sostiene che le basi fondamentali determinanti la nostra volontà morale non sono i nostri desideri personali, bensì le regole autonome e universalizzabili che si devono conformare a quei principi fondamentali. Così, tanto nell’etica utilitarista, quanto in quella kantiana, la volontà morale ed il mero desiderio devono essere distinti perché si deve andare oltre il proprio interesse personale e formare una volontà che metta a freno il proprio desiderio. Tale volontà deve essere determinata dal conformarsi ai tre
principi fondamentali i quali equivalgono alla formula dell’imperativo categorico. Anche per Sidgwick il conformarsi a questi tre principi costituisce il requisito della nostra volontà morale che, logicamente, viene prima della nostra valutazione sulla quantità di felicità che tale volontà può arrecare. Egli, inoltre, afferma che è assolutamente necessario che questi tre principi fondamentali debbano essere accettati da ogni essere razionale in modo da essere giustamente ed obiettivamente chiamati principi universali della morale. Le basi fondamentali che determinano la volontà morale sono proprio questi principi fondamentali universalmente validi;
una persona, nell’agire moralmente, dovrebbe essere motivata non dal suo desiderio parziale ma dalla sua mente per regolare la sua azione in modo che, in tale atto, possa osservare quei principi.

Kant ovviamente, ha una visione più stoica di quella degli utilitaristi per quanto riguarda gli incentivi dell’azione morale. Kant sostiene infatti che, per agire moralmente, si devono eliminare tutte le influenze degli altri incentivi, pietà e compassione incluse, ed agire solo rispetto alla legge dell’attività pratica (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 400, vedi anche, I. Kant, Kritik der practischen Vermunft, vol. V, op. cit., pp. 71-86.). L’utilitarismo, viceversa, sostiene che l’empatia e la compassione hanno un qualche ruolo importante nel formare le decisioni morali (infatti, nell’applicazione della teoria utilitarista, si deve tener conto della felicità degli altri). Ma questa differenza sembra che non sia nient’altro che qualcosa che riguardi il problema del sino a che punto dovremmo estendere e sottolineare la stessa validità dei principi morali fondamentali. L’utilitarismo asserisce che una volontà non determinata dai principi fondamentali non può essere definita morale. Arriverebbe, anzi, ad affermare che, anche se le nostre azioni sembrassero conformi ai doveri, quando continuiamo ad agire, spinti dalle nostre tendenze egoistiche oppure da empatie o compassioni ingenue, il nostro rispetto per la legge dilegua; gradualmente perdiamo la consapevolezza dell’importanza dei tre principi fondamentali e la nostra moralità si deteriora. Tale possibilità di deterioramento morale è ciò che Kant vuole assolutamente sottolineare nel ribadire che non dovremmo introdurre nessun altro incentivo, oltre al rispetto della legge. Ma se ciò è vero per Kant, ciò è vero anche per l’utilitarismo che, in fondo, afferma la stessa cosa, anche se non così rigidamente.

2.3 I principi fondamentali come proposizioni sintetiche a priori

Secondo Sidgwick, i tre principi sono auto evidenti, non tautologici e sono principi pratici significativi che possono essere colti dall’intuizione filosofica (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., pp. 374-375, 379.). Abbiamo prima detto (all’inizio del secondo capitolo) che “l’intuizione” di Sidgwick denota la nostra capacità di apprendere qualche verità apparente come se fosse auto evidente, senza alcun uso di induzione o deduzione in riferimento all’esperienza (Anche Kant usa il termine intuizione nelle sue opere, ma il significato che lui dà è differente da quello dato da Sidgwick. Le due modalità non dovrebbero essere, dunque, confuse .). I principi, che non derivano dall’esperienza, sono quelli che Kant chiama principi a priori. Sono, tuttavia, principi significatici e non tautologici – cioè principi che hanno un significato maggiore di una verità tautologica, e la cui verità non può essere provata automaticamente da una mera analisi dei concetti che appaiono in tali principi – che Kant chiamerebbe principi sintetici. I tre principi di Sidgwick sono così, in senso kantiano, sintetici a priori. Per Kant, infatti, la validità delle leggi fondamentali degli imperativi categorici arriva a noi come proposizione sintetica a priori; ma la stessa cosa può dirsi dell’utilitarismo. Sidgwick sostiene, infatti, che i principi fondamentali di giustizia, prudenza e benevolenza sono verità non dimostrabili, apprese intuitivamente, cioè auto evidenti. Kant scrive che la legge fondamentale arriva a noi autonomamente, non come fatto empirico, ma come “fatto della ragione”, cioè come proposizione sintetica a priori ( Cfr. I. Kant, Kritique der practischen Vermunft, vol. V, op. cit., p. 31.). Sia Kant che Sidgwick assumono, come si può ben vedere, dei punti di partenza abbastanza simili per trattare dei principi fondamentali dell’etica.

A prescindere, tuttavia, dal se tali principi siano appresi intuitivamente oppure a priori, rimane un problema: dovremmo veramente accettare tali principi fondamentali ed agire conformemente ad essi? Né Sidgwick, né Kant hanno risposto alla questione
del perché dobbiamo adottare questi principi. Entrambi dicono solo che tali principi sono dati intuitivamente a priori (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., pp. 444-445), discuteremo di questo rompicapo nel capitolo finale. Ciò che qui preme è riaffermare le similarità fra i tre principi fondamentali dell’utilitarismo e la formula dell’imperativo categorico nell’etica kantiana.

Nel prossimo capitolo vedremo come, in riferimento al piacere o alla felicità, non ci sia, anche in questo caso, nessun conflitto fondamentale fra le due teorie.

3. Fini che sono anche doveri

Il contrasto fra la teoria kantiana e quella utilitarista è spesso descritto in termini di deontologia contrapposta al conseguenzialismo; Kant, tuttavia, non trascura mai le conseguenze che dovremmo aspettarci quando prendiamo una decisione morale e ci indirizziamo a compiere azioni morali. Nel suo Metaphysik der Sitten, Kant introduce la nozione dei “fini che sono anche doveri”, a cui la volontà morale dovrebbe, in ultima istanza, puntare e la cui realizzazione dovremmo mettere in atto, quando afferma:

…Ma l’etica va oltre ciò e ci da una materia (un oggetto di libera scelta), un fine della pura ragione che ci viene dato come obiettivamente necessario, un fine che, per quel che riguarda gli esseri umani, si deve intendere come dovere (Cfr. I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., p. 380).

Il fatto che ora Kant prenda in considerazione una materia, nel suo ragionamento, non è in contraddizione con la sua affermazione precedente, secondo la quale non dovremmo presupporre nessuna base materiale determinante della nostra volontà quando andiamo alla ricerca dei principi superiori della morale. Infatti, l’adottare i principi fondamentali della morale, in cui l’oggetto della volontà non è specificato, è chiaramente compatibile col considerare a quali fini specifici la mente dovrebbe mirare mentre obbedisce ai principi fondamentali.

Kant afferma che tali fini ultimi sono la propria perfezione e la felicità degli altri (Ivi, p. 385). Sebbene si pensi comunemente che l’utilitarismo non miri al fatto che ognuno debba perfezionare se stesso e che adotti il punto di vista più semplice della relazione tra la felicità ed il bene morale, vale la pena insistere sul fatto che essofa propria quasi la stessa posizione assunta da Kant, riguardo i fini ultimi.

3.1 Contenuti che coincidono con “fini che sono anche doveri”

La propria perfezione

L’opinione personale di Sidgwick sull’argomento di Kant, a proposito dei fini portatori di doveri, è in parte critica. Egli pensa che quanto proposto significativamente da Kant , riguardante «un fine che è anche un dovere» si riferisca solo alla felicità degli altri e non alla propria perfezione. Sebbene Sidgwick sia consapevole che «Kant, senza dubbio, ponga la perfezione di colui che agisce come un altro fine assoluto», tuttavia è convinto che egli «quando giunge a considerare i fini a cui mira l’azione virtuosa, contempli come vero ed ultimo fine… la felicità degli altri uomini » (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 386 nota..). In relazione a ciò, Sidgwick, fa alcuni commenti sulla nozione della propria perfezione, ed aggiunge semplicemente che

quando arriviamo ad esaminare la nozione di perfezione [di Kant], troviamo che essa non è veramente determinata senza l’affermazione di altri fini della ragione, per l’adempimento dei quali dobbiamo perfezionare noi stessi. (Ibidem)

In questo modo, con l’eliminare metà dell’argomento di Kant sui fini ultimi, Sidgwick esemplifica la questione sostenendo che Kant e gli utilitaristi si troverebbero d’accordo sul fine ultimo delle azioni morali.

Quindi, l’affermazione di Kant, riguardante la propria perfezione, può essere interpretata in sintonia con l’utilitarismo. Quello che Kant cerca sotto il nome di perfezione propria sta nel coltivare tutte le proprie facoltà, o predisposizioni naturali, necessarie a promuovere i fini razionali di ognuno, coltivare la propria volontà e la propria moralità. Kant qui suggerisce che si devono coltivare certe qualità e certe condizioni psicomentali, al fine di poter prendere decisioni morali e di portarle a compimento, in modo che ci si possa dotare di quelle qualità e condizioni per poter adempiere ai doveri morali. Così sostiene che è nostro dovere incoraggiare noi stessi a diventare capaci di fissare autonomamente dei fini e delle azioni che servano alla realizzazione di essi; è anche nostro dovere supplire alla nostra ignoranza con l’istruzione per correggere i nostri errori, affinché ciascuno abbia cura della propria natura e, allo stesso tempo, diventi capace di agire razionalmente e con fiducia e senza essere portato fuori strada dalle proprie inclinazioni (Cfr. I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., pp. 387, 391-393, 420). Ma, se abbiamo ben capito, anche l’utilitarismo considererebbe la perfezione di ognuno, come un bene che si dovrebbe promuovere. Qualunque possa essere il contenuto dei doveri morali si deve coltivare l’intelletto e la forza di volontà per essere capaci di prendere decisioni morali ben ragionate e portare a compimento quello che si è deciso. Ci si dovrebbe dotare anche di certe capacità fisiche e mentali per adempiere ai propri doveri. A prescindere da quelli che sono i doveri particolari, la perfezione di ognuno, nel senso di cui abbiamo già parlato, può essere definita legittimamente “un fine che è anche un dovere”. Quindi, per poter emettere un giudizio morale e per portarlo a termine, realizzandolo, dobbiamo imporci il compito di coltivare le nostre qualità. Questo dovere è semplicemente una necessità logica che si affaccia quando si cerca di formulare e di portare avanti i giudizi morali, ma è un dovere, quasi dato per scontato per l’utilitarismo, malgrado non abbia chiarito sufficientemente la concezione della perfezione personale.

La felicità degli altri

L’altro fine che Kant menziona, anche come dovere, è quello della felicità degli altri. Egli fornisce una definizione di felicità come “soddisfazione del proprio stato del quale si abbia speranza che duri”, ma anche questa definizione non è particolarmente differente dalla definizione utilitarista di felicità o di piacere (Ivi, p. 387.). Kant, infatti, insiste nel fatto che, poiché ogni essere umano cerca automaticamente la propria felicità, il fine che si ha il dovere di promuovere non è quello che riguarda la propria felicità, ma quello che riguarda la felicità degli altri (Ivi, p. 388).

Kant sottolinea anche «sta a loro [alle persone] decidere cosa credano essere la loro felicità» e aggiunge «non posso fare nessun bene a nessuno se faccio riferimento ai miei concetti di felicità… piuttosto, posso fare un bene all’altro solo in relazione al suo concetto di felicità» (Ivi, pp. 388, 454). L’idea di Kant di promuovere la felicità degli altri secondo il loro punto di vista corrisponde ad un altro importante suggerimento di Sidgwick riguardante l’edonismo, cioè il fatto che la felicità dell’individuo debba essere concepita come qualcosa che, solo l’individuo che la sta sentendo, può apprendere, esplicitamente o implicitamente, come desiderabile (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., pp. 127-128,131, 398).

Si potrebbe obiettare che Kant, a differenza degli utilitaristi, nega che abbiamo il dovere di promuovere qualsiasi felicità degli altri, e aggiunge «è lasciato a me il negare agli altri molte cose, anche se loro pensano che queste cose li farebbero felici, infatti se io penso il contrario, non hanno alcun diritto di chiedermi delle cose come se appartenessero a loro» (Cfr. I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., p. 388.). Sidgwick, il quale difende l’utilitarismo, propone anche lui un argomento simile nel sostenere che la felicità di un altro essere umano, da tenere in considerazione morale, non deve essere intesa semplicemente come soddisfacimento di quel desiderio ora presente (infatti spesso si desidera ciò che ci condurrebbe alla felicità futura), piuttosto deve essere intesa come un fine razionale (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 239). L’etica utilitarista e quella kantiana, così, anche in questo caso, sono simili nel fatto che la felicità dell’altro individuo, preso moralmente in considerazione, deve essere quella che l’individuo in questione ragionevolmente desidererebbe dopo, piuttosto di quella ora desiderata.

Tuttavia, le due teorie sembrano differire nel trattamento della felicità propria di ognuno. Secondo Kant, se non possiamo ritenere che la felicità propria costituisce un dovere obbligatorio, poiché ognuno va automaticamente alla ricerca di essa, tuttavia possiamo ritenere che sia un dovere indiretto. Poiché la salute o la ricchezza, spesso servono come mezzi per adempiere ai propri doveri e perchè, una situazione infelice, come quella della povertà, tende ad indurci a trasgredire ai nostri doveri (Cfr. I. Kant, Kritik der practischen Vermunft, vol. V, op. cit., p. 93; vedi anche, I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., p. 388.). La terza
ragione per la quale Kant include la felicità propria fra i doveri di ognuno è che, essendo essa una legge universale fissata dalla ragione, riguarda «tutti gli esseri umani, incluso me stesso» e non «tutti gli altri eccetto me» (Cfr. I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., p. 451). Quest’ultima ragione è un’affermazione semplice che lascia ad ognuno di cercare la propria felicità per adattare il proprio dovere di benevolenza verso se stesso alla formula della legge universale. Anche la prima ragione è abbastanza umile, infatti ammette che il promuovere la propria felicità è solo un mezzo per i fini morali che ognuno ha dovere di raggiungere. Sidgwick, al contrario, d’accordo con Butler, afferma che «la felicità di ognuno è un obbligo manifesto indipendentemente dalla relazione con gli altri uomini» ( Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 386.). La ragione principale per la quale insiste in ciò è che, sebbene Kant dica che ognuno cerchi automaticamente la propria felicità, tuttavia si deve ammettere che altrettanto automaticamente non si cerca la propria felicità massima a lungo termine ( Ivi, p. 36 e p. 327 nota). Tentato da un beneficio immediato, un individuo, qualche volta, non fa ciò che, nell’insieme, gli avrebbe portato la maggiore felicità. Sidgwick sottolinea
il fatto che il proprio dovere consiste nel fare ciò che conduce alla massima felicità nel suo insieme, cioè considerando, non solo il presente, ma anche il futuro.

Da quanto detto sulla teoria etica di Kant e su quella di Sidgwick, a proposito della felicità individuale, pare che emerga fra di esse un contrasto. Tuttavia, se le osserviamo attentamente, troviamo che questo non ha origine dalla loro teoria fondamentale riguardante la natura della moralità, ma piuttosto da una differenza di natura empirica sul problema se ognuno cerchi “automaticamente” la propria felicità. Sebbene Kant affermi che l’essere umano tende automaticamente alla propria felicità, qualora avesse rilevato la tendenza, da parte degli esseri umani, a trascurare una felicità a lungo termine, sarebbe stato costretto ad essere d’accordo con Sidgwick nel considerare che la propria felicità, nel suo insieme, è anch’essa un dovere ed un fine che tutti dovremmo promuovere, infatti, anche se Kant aveva sostenuto che la propria felicità non dovesse essere ritenuta un dovere in quanto ognuno cerca automaticamente la propria felicità, tuttavia, qualora si fosse trovato che non è automatico per ognuno cercare la propria felicità, allora avrebbe ammesso che la felicità propria avrebbe potuto essere un dovere. Tuttavia egli ritiene che, in generale, la felicità delli essere umani si un bene da promuovere. È inutile dire che la tesi, per la quale la felicità degli altri, come la propria, è il fine ultimo dei nostri doveri morali, è quella coerentemente difesa dall’etica utilitarista.

3.2 “La felicità non può essere il fondamento direttamente determinante della volontà”

Si potrebbe concludere, a questo punto, col dire che Kant contraddice se stesso; infatti, la sua affermazione per la quale dovremmo cercare la felicità delle persone sembra confliggere con l’altra affermazione, per la quale non dovremmo fare della felicità – sia che si tratti della propria, che dell’altrui – il fondamento direttamente determinante della nostra volontà.

Kant, in verità, è coerente, infatti sostiene che gli incentivi determinanti della decisione morale, non devono essere le nostre spontanee e incontrollate inclinazioni nel perseguire la felicità,
bensì la nostra risoluzione a regolare autonomamente le nostre azioni. Cioè Kant vuole dire che le basi determinanti dell’azione devono essere le leggi della ragion pratica e, nel domandarsi quale dovrebbe essere l’aspirazione finale di tali leggi, ritiene che la felicità delle altre persone debba essere il fine ultimo a cui la volontà morale deve mirare.

Ma se Kant è coerente nello spiegare la relazione fra felicità e volontà anche l’utilitarismo ritiene che le azioni morali devono essere formulate in base alla nostra risoluzione iniziale conforme ai tre principi fondamentali, anzi va oltre. E giunge alla conclusione che la felicità deve essere l’ultimo fine della nostra volontà morale.

Dovremmo qui sottolineare che «l’edonismo di Sidgwick riguardante il bene ultimo» non riguarda il fine a cui ora aspiriamo (cioè ciò che desideriamo in questo momento), ma il fine ultimo a cui dovremmo mirare (cioè il bene che consideriamo desiderabile dopo aver riflettuto). Sidgwick afferma che la definizione normativa per la quale «la felicità è il solo bene ultimo a cui dovremmo tendere» non può essere fatta derivare dall’affermazione empirica per la quale ognuno automaticamente va alla ricerca della propria felicità. Infatti, da un lato, ognuno non desidera sempre coscientemente la propria felicità, così spesso desideriamo cose diverse della felicità come gli ideali, la verità, la disciplina ed anche il sacrificio di sé o il suicidio. Dall’altro lato, anche se ammettiamo di cercare realmente la felicità, non ne segue che automaticamente dovremmo tendere ad essa. Secondo Sidgwick, l’utilitarismo afferma che la nostra volontà morale non deve essere determinata dal fatto empirico per il quale cerchiamo la felicità. Essa si fonda su un nostro principio razionale che è distinto dal nostro desiderio di felicità. Ma, dopo aver affermato ciò, Sidgwick solleva un problema completamente nuovo riguardante ciò a cui dovrebbe tendere la nostra volontà morale. Esamina cioè ogni possibile elemento che possa costituire il fine ultimo della volontà morale; cioè le azioni virtuose, la tutela della vita, la verità, la bellezza, ecc…, per eliminazione, infine,
arriva alla conclusione che il solo fine ultimo a cui dovremmo tendere è la felicità, sia quella propria che quella altrui (Cfr. M. Okuno, Sidgwick and the Contemporary Utilitarianism, op. cit., p. 155 e sgg.). Vale la pena ricordare come Kant ritenga che i concetti di bene e male non siano precedenti ma successivi alle leggi morali e come debbano essere determinati da queste leggi. Ma anche Sidgwick afferma che il concetto di bene come quello di fine a cui si dovrebbe mirare nascono dopo la formulazione dei principi fondamentali dell’etica. Se tanto l’etica kantiana quanto quella utilitarista riducono i fini a cui si dovrebbe tendere a «la felicità delle persone» e a «l’esercizio della capacità di ognuno a formare una volontà morale per portare a compimento quei fini»; in entrambe le teorie le nostre decisioni morali sono basate su quell’azione (o massima dell’azione) che avrà maggiore possibilità di conseguire tali fini. Questo conseguenzialismo viene invocato tanto dagli utilitaristi quanto dai kantiani. Dunque la dicotomia semplicistica, che porrebbe “il conseguenzialismo utilitarista in opposizione al deontologismo kantiano”, oppure quella che porrebbe “l’utilitarismo edonistico in contrapposizione al kantismo antiedonistico”, ci porterebbe fuori strada. Entrambe le teorie essenzialmente sostengono la stessa cosa. Differiscono piuttosto nel sottolineare, più o meno marcatamente, alcuni punti.

3.3 L’edonismo etico come proposizione sintetica a priori

Consideriamo ora le similarità fra le due teorie etiche nel trattare la felicità da un’altra prospettiva. Sidgwick presenta l’edonismo etico come un’esigenza intuitiva. Secondo lui la validità dell’affermazione per cui la felicità è il nostro solo fine ultimo non può essere provata dall’affermazione empirica (in verità falsa) per cui cerchiamo sempre la felicità. Né si può provare la validità di tale affermazione deducendola logicamente dai principi fondamentali della morale. Così non gli rimane altro che ricercare il bene ultimo attraverso l’intuizione, per proporre (e non per provare) la felicità come ultima ipotesi (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 98.). Per Sidgwick, dunque, l’edonismo è un’affermazione intuitiva ma non dimostrabile.

In che modo invece Kant stabilisce che la felicità degli altri non è solo un fine ma anche un dovere? In alcuni punti egli sembra voler tentare di provare che il nostro dovere, nel promuovere la felicità degli altri, possa essere immediatamente dedotto dalla formula fondamentale dell’imperativo categorico. Afferma che non possiamo non volere che la massima per cui ogni persona che si trovi nell’angoscia dovrebbe essere lasciata da sola e senza aiuto diventi legge universale; infatti, ognuno, prima o dopo, ha bisogno dell’amore o dell’aiuto degli altri (Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, vol. IV, op. cit., p. 423. Vedi anche, I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., pp. 393, 451, 453.). Sidgwick non considera convincente l’argomento di Kant. Infatti egli ritiene che questa sia una proposizione empirica in quanto non è universalmente vero che ogni persona, nel bisogno, cerchi l’aiuto dell’altro (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 389 nota).

Sidgwick sottolinea, in verità, il fatto che Kant crede che il promuovere la felicità degli altri sia un dovere auto evidente ed a priori (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, op. cit., p. 386s.). Questa non è un’affermazione eccezionale, infatti, Kant afferma quanto segue:

poiché le inclinazioni sensibili degli esseri umani li spingono verso fini che possono essere contrari al dovere (il problema della scelta), la ragione legiferante può vagliare, a sua volta, la loro influenza solo attraverso un fine morale posto per contrapporsi ai fini dell’inclinazione, un fine che quindi deve essere dato a priori, indipendentemente dalle inclinazioni (Cfr. I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., pp. 380-381, il corsivo è di Nakano-Okuno).

Kant qui indica come la risposta al problema sul fine ultimo della volontà morale venga a noi a priori, come verità appresa intuitivamente. Se così fosse, l’affermazione di Kant per la quale la felicità degli altri è il fine morale ultimo, è anche un’affermazione a priori che è appresa intuitivamente come vera. In aggiunta, tanto Sidgwick quanto Kant credono che la nozione di bene non possa ridursi alla nozione di felicità, perché la felicità, unico bene ultimo, non è una verità analitica, bensì una verità sintetica. L’affermazione per cui la felicità è il fine ultimo della volontà morale può essere ancora una volta definita, nel senso kantiano, un’affermazione sintetica a priori, oppure, volendo utilizzare le parole di Sidgwick, un’affermazione molto significante intuitivamente auto evidente. Si possono qui vedere chiaramente le similitudini dei loro atteggiamenti verso l’edonismo etico. Come nel caso dei principi fondamentali, tuttavia, rimane un problema irrisolto: perché dovremmo mirare alla felicità degli altri? Sia Sidgwick che Kant dicono che la ragione può essere conosciuta intuitivamente, ma per quale ragione affermano che il promuovere la felicità degli altri è un dovere morale auto evidente? Parleremo di ciò fra poco.

Per quanto abbiamo detto sino a questo punto, non abbiamo trovato nessun conflitto fra i contenuti e la natura dei principi etici fondamentali utilitaristi e di quelli kantiani. Si può dire lo stesso anche del modo in cui trattano della felicità. Cerchiamo ora di combinare insieme questi elementi.

Se crediamo che la formula kantiana del fine in sé (ed il ragionamento ad essa correlato) possa essere interpretata nel senso che dobbiamo rispettare ognuno come fine ed anche rispettare i fini delle persone come se avessero lo stesso valore dei nostri, e se l’affermazione kantiana, per la quale un fine dovrebbe essere promosso quanto più possibile, potesse essere idealmente riaffermata, allora i kantiani potrebbero facilmente ammettere che la teoria utilitarista sia tanto ammissibile quanto la loro. Infatti, gli utilitaristi combinano queste affermazioni e propongono che, quando i fini delle persone confliggono reciprocamente si dovrebbero trattare con imparzialità (cioè come se fossero i propri) sforzandosi di realizzarli quanto più possibile partendo da un punto di vista di insieme, dando a ciascun fine un peso proporzionato alla forza di volontà impiegata da ciascuna persona per raggiungerlo. Ma anche la versione edonistica dell’utilitarismo potrebbe risultare ammissibile per i kantiani, se potessero trovarsi d’accordo sul fatto che i fini ultimi che si dovrebbero perseguire non consistono in nient’altro che nel promuovere la felicità futura degli altri così come la propria e nel coltivare le proprie capacità e la propria forza di volontà per prendere decisioni morali e realizzarle.

Nel confrontare le suddette affermazioni riguardanti i principi fondamentali ed i fini ultimi, possiamo scorgere un forte legame fra l’etica utilitarista e quella kantiana, possiamo, tuttavia, scorgere anche una grande ragione del perché il pensiero utilitarista e quello kantiano, alla fine, possano fortemente differire. Abbiamo detto come, per Sidgwick, l’utilitarismo abbia combinato tali idee fondamentali per arrivare a costruire un principio unico, cioè quello della massima felicità, da applicare ai problemi pratici. Kant, invece, non ha mai combinato l’idea dei principi supremi con quello dei fini ultimi ma li ha mantenuti separati, dando a ciascuno di essi un’importanza indipendente. Questa differenza sulla metodologia del come costruire una teoria fa credere che ci sia fra le due teorie un enorme diversità, infatti Kant separa sempre la formula degli imperativi categorici dalla sua teoria dei fini morali, cercando di applicare ciascun principio o fine singolarmente, attraverso il giudicare doveri particolari in relazione a circostanze particolari. Quando affronta il problema di ciò che si dovrebbe fare quando due doveri confliggono, afferma che «prevale quel dovere dove prevale il maggiore obbligo razionale (fortior obligandi ratio vincit)» (Cfr. I. Kant, Metaphysik der Sitten, vol. VI, op. cit., p. 224). Ma per giudicare quale dovere abbia un peso maggiore, Kant intraprende due percorsi diversi, uno attraverso l’applicare una dopo l’altra le formule dell’imperativo categorico, l’altra attraverso il chiedersi se, con l’adempimento di uno o di un altro dovere, si possa meglio raggiungere un tale o un tale altro fine, che sia anche un dovere. Poiché questi percorsi non possono essere integrati in un unico procedimento, non si può decidere in forma lineare quali particolari doveri si abbiano in ciascun caso; egli, invece di fornire una risposta secca, presenta quelli che denomina i problemi casuistici per considerare quei casi particolari in cui si esamina, da varie prospettive, cosa si dovrebbe fare. Cioè pensa alla casualità non come ad una scienza ma come ad un esercizio del giudizio che non può essere spiegato in forma sistematica poiché è «intrecciato con l’etica solo in forma frammentaria» ( Ivi, p. 411 e pp. 483-484). Mentre Kant pensa che non si possa sistematizzare il modo di trattare delle questioni pratiche; gli utilitaristi, invece, pongono l’accento proprio nel come fare ciò.

L’utilitarismo fissa un unico principio che combina i tre principi fondamentali con l’edonismo e cerca di offrire una risposta finale alla questione sul cosa si dovrebbe fare in un certo caso particolare, con l’applicare assieme a questo principio operativo alcuni accorgimenti per valutare e comparare il peso della felicità delle persone. Per questa ragione, il modo in cui gli utilitaristi ed i kantiani discutono di problemi pratici differisce fortemente, però dovrebbe essere ricordato come le due teorie condividano, nel loro intimo, alcuni principi ed alcune affermazioni fondamentali.

Tale mia affermazione, per quel che riguarda la derivazione della teoria utilitarista dalle formule kantiane combinate con «i fini che sono anche doveri», tuttavia, potrebbe essere ritenuta di parte a causa dell’interpretazione arbitraria della formula del fine in sé e dai contenuti dei fini che si dovrebbero perseguire. Perché si possa essere considerati utilitaristi, si dovrebbe esser capaci di affermare che il fine morale, a cui si dovrebbe aspirare, consiste solo nella felicità delle persone (non inserendo nel fine quello di coltivare le proprie capacità e la propria forza di volontà).

Ora non sono del tutto certa che Kant sarebbe stato d’accordo con quello che sto per dire, ma certamente il modo di interpretare la nozione di “fine naturale” che egli spesso menziona, per esempio, avrebbe un rilievo importante per questo problema. Se Kant introducesse la sua nozione di fine naturale come ciò a cui dovremmo tendere, a prescindere dal coltivare le nostre capacità, dall’adempiere i nostri doveri e dal promuovere la felicità, non potremmo stabilire un legame completo fra l’etica utilitarista e quella kantiana. L’interpretazione del fine naturale è un altro possibile punto di conflitto fra le due teorie etiche, ma tale conflitto dipenderà dall’interpretazione della teleologia di Kant.

Vi è ancora un altro punto di possibile conflitto fra Kant e l’utilitarismo. Attraverso la sua lunga storia, non pochi utilitaristi hanno sottolineato il fatto che dovremmo promuovere la felicità di ogni essere senziente, inclusi gli animali oltre che gli umani. Ma Kant dice che, «in quanto è in potere alla ragione il giudicare, un essere umano ha dei doveri solo verso gli esseri umani» (Ivi, p. 442.). Sostiene ciò perché, secondo lui, un dovere morale è una coercizione imposta attraverso la volontà di un soggetto e perché, per quanto ne sappiamo, solo un essere umano ha una volontà capace di obbligare. Allora mi chiedo se questa differenza di ordine pratico derivi veramente da una discrepanza fra l’intrinseca natura delle due teorie. È concepibile che alcuni utilitaristi assumano una posizione simile a quella di Kant, nell’affermare che la moralità non è altro se non un sistema di reciprocità fra gli esseri umani che possono comunicare l’un l’altro. Ciò rimanda ad una questione più ampia riguardante il significato di moralità piuttosto che il problema della struttura interna di particolari teorie normative come l’utilitarismo ed il kantismo.

Dunque, sebbene rimangano ancora delle questioni di possibile contrasto fra l’etica utilitarista e quella kantiana, tuttavia abbiamo già fornito un numero sufficiente di argomenti per rigettare, come infondate, la maggior parte delle cosiddette discrepanze fra di esse. Per completare la discussione fra le due teorie etiche dobbiamo ancora parlare del tema della libertà in Kant. Infine una grande dicrepanza compare fra l’etica utilitarista e quella kantiana nel trattare della libertà. Poiché tale discorso richiede uno studio particolare si preferisce svolgerlo in altra sede.

4. Una breve considerazione sulla validità dei punti nodali

Prima di concludere questo saggio, bisognerebbe discutere un’ultima questione, cioè quella del perché sia Kant che Sidgwick presentino i principi fondamentali dell’etica ed i fini a cui si dovrebbe mirare, o come verità sintetiche a priori, o come verità intuitivamente auto evidenti. Per entrambi, posiamo apprendere tali verità o attraverso un’intuizione filosofica, oppure attraverso la ragione.

Quando discutiamo dell’etica, nella maggior parte dei casi, è inadeguato giustificare un argomento col dire che “è intuitivamente auto evidente” oppure che “è dettato dalla ragione”. Infatti, un tale argomento, non è convincente per coloro che non condividono quella intuizione o quel ragionamento. Malgrado tale inadeguatezza, le affermazioni di Kant e di Sidgwick, sui principi fondamentali e sui fini ultimi dell’etica, dovrebbero essere apprezzate ed accettate, dopo approfondita riflessione, da quasi tutte le persone, anche se per ragioni diverse. Sebbene le ragioni per accettare questi principi e questi fini possano differire da persona a persona, Kant e Sidgwick le hanno adottate perché le ritenevano o intuitivamente vere o perchè “prodotte dalla ragione”. Infatti alcuni potrebbero accettarle perché intuitivamente auto evidenti, mentre altri potrebbero accettarle egoisticamente, pensando: “in verità voglio strumentalizzare gli altri per raggiungere i miei fini, tuttavia, perché possa fare ciò, devo sembrare garbato, affidabile e, in pubblico, trattare gli altri come me stesso”. Le persone che mostrano benevolenza stimolano la nostra empatia, convincendoci del valore che ha il trattare gli altri imparzialmente ed in contrasto con le intuizioni o le ragioni egoistiche. Alcuni filosofi, per spiegarci la ragione di accettare questi principi e questi fini, hanno analizzato la logica del giudizio morale, oppure hanno esaminato cosa ci dice la psicologia o l’evoluzionismo sulla natura della moralità. Ma, per dirla in breve non c’è una sola ragione capace di convincere alcuno sul significato della vita etica. Questa sembra dunque la vera ragione per la quale sia Kant che Sidgwick suggeriscono che quei principi e quei fini sono intuitivamente auto evidenti; loro sono giustamente consapevoli del fatto che non possiamo fornire una ed una sola ragione per accettarli, né ritengono che ciò sia necessario per noi. Così si limitano semplicemente a rilevare che tutti accetteremmo tali principi fondamentali o tali fini ultimi per questa o quella ragione, e lasciano aperta la questione del perché dovremmo adottarli (non si esprimono proprio con queste parole, però il senso mi sembra questo). Si potrebbero muovere delle obiezioni alla ragione di Kant ed all’intuizione di Sidgwick per il fatto di essere state poste a fondamento dei principi fondamentali, ma nella misura in cui si trovi una ragione per accettarle, non le si può respingere in quanto tali. Qualunque sia la ragione individuale per accettare questi principi fondamentali dell’etica, se ne ammettessimo la validità, potremmo già iniziare a svolgere un dibattito morale.(In questo momento non credo che i principi fondamentali (o supremi) dell’etica debbano essere qualcosa che ogni essere razionale accetterebbe senza eccezione. Il trovare dei principi fondamentali etici che la maggiore parte della gente razionale comune sottoscriverebbe, mi sembrerebbe sufficiente per costruire una teoria etica utile nel trattare le controversie di natura pratica del mondo attuale.)

 

Conclusione

La differenza, apparentemente grande, fra l’etica utilitarista e quella kantiana affonda le sue radici nel diverso modo di costruire una teoria, partendo da idee simili: da un lato, Kant si limita a presentare le sue proposte separatamente, mentre l’utilitarismo combina le stesse proposte e formula un unico principio utilitarista come strumento guida nel prendere decisioni pratiche. Un’altra differenza fra l’etica kantiana e quella utilitarista riguarda il modo in cui si possa interpretare la nozione kantiana di fini naturali, la quale può essere lievemente differente da come lui ha descritto i fini obbligatori della moralità, cioè la propria perfezione e l’altrui felicità. Dalla risposta sul se consideriamo queste due differenze come essenziali ed in contrapposizione, e dall’interpretazione che intendiamo darne, viene condizionato il modo di dibattere dei problemi etici.

Soltanto se abbiamo chiara l’esatta relazione fra l’etica utilitarista e quella kantiana, possiamo decidere quale delle due teorie possa essere più “valida”. Quando gli utilitaristi ed i kantiani
dibattono, non dovrebbero né ignorarsi né criticarsi reciprocamente, senza prima valutare se sono realmente diversi o opposti. Viceversa, dovrebbero chiarire i loro reali punti di conflitto,
valutare le reciproche implicazioni qualificanti e dibattere soltanto sulle differenze più significative, tenendo in considerazione il significato delle affermazioni fondamentali che entrambe le teorie hanno in comune. Da ciò può iniziare un dialogo costruttivo fra l’etica utilitarista e quella kantiana.

 

SIDGWICK AND KANT:
On the so-called “discrepancies” between Utilitarian and Kantian Ethics


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Indice

Sidgwick thinking HENRY SIDGWICK (Italiano) Henry Sidgwick

 

 

 

 

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